Comunicato stampa

"Continuing Promise 2009", Santi degli Ultimi Giorni volontari

La scena sulla costa meridionale della Repubblica Dominicale sembrava presa da un opuscolo turistico: acque azzurre, sentieri costeggiati da palme e nuvole di cotone stagliate nel cielo blu. Nel doppiare un punto sulla costa, avemmo la visione di quella che nei giorni successivi sarebbe stata la nostra casa: una grande nave bianca che scintillava nel sole a circa un miglio dalla riva. Non si trattava però di una nave da crociera, ma di una nave ospedale della Marina Militare USA, la USNS Comfort. I suoi ottocento passeggeri erano in una missione di quattro mesi per portare assistenza medica tanto necessaria in sette nazioni dei Caraibi, del Sud e del Centro America.

«Operation Continuing Promise 2009 è una missione umanitaria civile che fornisce servizi medici, dentistici, veterinari e tecnici, e istruzione, ai paesi che visitiamo», spiega il commodoro Bob Lineberry, comandante della spedizione. «È una missione molto importante per gli Stati Uniti, come pure per i volontari civili e le organizzazioni non governative associate».

«Come Chiesa siamo grati di partecipare a un’iniziativa d’equipe che raggiunge tanti bisognosi», afferma Lynn A. Samsel, direttore della Chiesa per la risposta alle emergenze. «I santi che offrono il loro tempo sono grati per la possibilità di unirsi agli altri in questo servizio. Sta avendo un profondo effetto sulla loro vita e stanno porgendo un aiuto meraviglioso a coloro che servono».

Una missione multi dimensionale

La missione offre alla Chiesa l’occasione unica di collaborare con altre organizzazioni umanitarie e con i ministeri della sanità delle sette nazioni visitate. Dei seicentocinquanta componenti del personale sanitario a bordo, seicento sono in servizio effettivo e nella riserva militare, mentre cinquanta sono volontari civili. Quasi un terzo dei civili sono membri della Chiesa volontari che per un mese o più hanno rinunciato a lavorare e a vivere in famiglia. Altri subentreranno a rotazione appena i primi volontari se ne andranno, portando il numero totale dei volontari Santi degli Ultimi Giorni a più di quaranta.

«La vita a bordo della USNS Comfort è completamente diversa da quella che ho sino ad ora vissuto», commenta Jenna Rix, proveniente da Bountiful, Utah, studentessa del LDS Business College. «Quella che sarà per quattro mesi la mia casa galleggiante è come un edificio di dieci piani, lunga tre campi da football e larga uno, con ottocento persone a bordo. Offre una dinamica assai interessante con tutte le specializzazioni delle organizzazioni militari, umanitarie e con medici provenienti da un po’ tutto il mondo».

Jenna è una volontaria che non fa parte del personale sanitario, ma che ha un compito molto importante: lavorare con il cappellano di bordo e il suo staff. «Fare parte di un gruppo che ha a cuore il benessere spirituale e mentale di tutti coloro che sono a bordo è una cosa che non prendo alla leggera», afferma. «Ogni mattina prego che possa trovarmi sul cammino di coloro che potrebbero aver bisogno di me».

«Quando c’imbarcammo, ci rendemmo conto che l’equipaggio medico non aveva mai lavorato insieme prima», racconta Janet Tanner, un’infermiera a domicilio e presso un ospizio, proveniente da Brigham City, nello Utah. «Nel mio incarico collaboravo con cinque donne provenienti da cinque diverse zone degli Stati Uniti e con cinque differenti specialità mediche. È meraviglioso come tutti siano giunti qua con la meta comune di aiutare gli abitanti dell’America Centrale.

Nei quattro mesi di missione saranno eseguiti circa novantamila interventi medici e tremila operazioni chirurgiche. Tutti i giorni della settimana le squadre mediche sono trasportate dalla nave a terra su una lancia con una capacità di quaranta persone. Lì organizzano cliniche temporanee in scuole o centri della comunità per fornire prestazioni dentistiche e mediche a coloro che non possono permettersi le cure. Sono inoltre fornite prestazioni veterinarie. I pazienti che necessitano di trattamenti chirurgici sono trasportati a bordo su uno dei due elicotteri a disposizione.

Volontari Santi degli Ultimi Giorni

Poche settimane prima che la nave lasciasse il molo di Miami, in Florida, la Chiesa fu informata della possibilità di partecipare alla missione. Di conseguenza, i volontari ebbero poco tempo per prepararsi alla partenza.

«Il Signore voleva decisamente che questo programma funzionasse, e questo lo si vede dal modo in cui è spuntato fuori e dal numero e dalla velocità della risposta dei volontari», commenta la dottoressa Susan Puls, coordinatrice medica dei Santi degli Ultimi Giorni, proveniente da Eden, nello Utah. «Ho detto: “Non troveremo mai tra il personale sanitario qualcuno che possa prendere un mese di ferie!”, e i fatti mi hanno smentito centinaia di volte. È una grande occasione collaborare con la Marina Militare USA per servire in paesi di cui altrimenti non aiuteremmo mai gli abitanti».

Tra i volontari Santi degli Ultimi Giorni del primo turno c’era una grande varietà di persone, da un tecnico diciannovenne a una strumentista in pensione. Ognuno di loro ha trovato grande soddisfazione nella missione.

«Ho appena completato un corso di assistenza infermieristica», racconta Rachel Morrell di Eden, nello Utah. «Mi spaventa un po’ essere la più giovane del gruppo e vedere il livello d’esperienza che c’è a bordo. Sono però stati tutti super pazienti e disposti a insegnarmi molte cose. Mi piace molto lavorare nel reparto post operatorio, vedere i bambini uscire dalla sala operatoria e sentire la gratitudine che provano per noi che cerchiamo di aiutarli. Dio mi ha aiutato in tanti modi, così ho pensato che sarebbe stato bello venire qua e portare speranza alle persone, mostrando loro che non sono sole».

«Quando sono andata in pensione pensavo che me la sarei presa comoda, ma c’erano troppe avventure nelle quali imbarcarmi», afferma Joyce Stewart di Orem, nello Utah. «In cima alla lista c’era una missione e fui chiamata alle Figi come infermiera. Continuing Promise era un’altra avventura, e un’occasione di servizio. Come missionaria di servizio della Chiesa ho l’opportunità di lavorare con persone meravigliose e di provare quei sentimenti di fratellanza che solo il Vangelo porta».

«Nella Repubblica Dominicana, nelle cliniche a terra, venticinque missionari a tempo pieno hanno aiutato il personale sanitario con le traduzioni», spiega Bennie Lilly, direttore del programma di benessere della Chiesa per l’Area Caraibi. «Anche i santi del posto sono coinvolti e forniscono quasi seicento ore di servizio».

Forniture necessarie

I Servizi umanitari della Chiesa hanno fornito alla missione dieci camion di forniture mediche, corredi d’igiene, corredi scolastici e cibo. Quando la nave si ancora in ciascun paese che visita, una parte di questo e altro materiale sono portati a terra da un elicottero e distribuiti ai bisognosi.

L’infermiera della Rianimazione Angela Berrett di Salt Lake City, nello Utah, sbarcò a terra ad Haiti quando i beneficiari delle forniture mediche incontrarono i rappresentanti delle organizzazioni dei donatori. «Conobbi una coppia di coniugi che aiutarono a dirigere una scuola per i bambini. Mi spiegarono che senza il cibo donato, i giocattoli e prodotti per l’igiene i bambini non avrebbero nulla. Ciò mi fa desiderare di dedicare la vita ad aiutarli. Non so come posso ritornare indietro e vivere a casa, avere una macchina e tutto ciò che desidero quando interi popoli mendicano per un pasto al giorno».

Daryl Olschewski, terapista respiratorio di West Valley City, nello Utah, ci offre una prospettiva diversa: «La speranza non arriva in una siringa, non si spedisce in uno scatolone di forniture mediche», dichiara. «Giunge con le persone che la portano. C’è molto da dire a favore delle persone che servono e di coloro che fanno donazioni al fondo umanitario. L’esperienza superna si ha quando queste persone lavorano in simbiosi a favore di coloro che sono disposti a lasciarsi elevare».

Esperienza professionale e cure affettuose

Un aspetto unico della missione è il livello dell’esperienza professionale, combinato con l’amore cristiano, che i volontari della Chiesa portano a bordo.

«Siamo riusciti a portare speranza dove non c’era, a far sì che negli occhi della gente s’intravvedesse una luce», racconta Katie Money, un’infermiera dell’unità intensiva neonatale, proveniente da Ogden, nello Utah. «Quest’esperienza mi rende umile e grata per ciò che ho; mi fa desiderare di aiutare ancora e di più. Alcuni sostengono che non puoi risolvere tutti i problemi, ma se riesci ad aiutare anche solo qualche persona, per queste cambia tutto».

«Questa è stata una delle cose più soddisfacenti che abbia fatto nella vita», spiega la volontaria Dawn Walker di Pleasant Grove, nello Utah. «Portare questa nave alle persone cambia la loro vita. I trattamenti prestati qui aiutano le persone a vedere, camminare e usare le mani. C’era un bambino piccolo con una mano ustionata che era chiusa. L’hanno operato e gliela hanno aperta. Ora la mano funziona. È meraviglioso vedere la sua felicità».

«Ricordo un bambino di nove anni con la cataratta», racconta Rob Voynow, un L.P.N. di Union, nello Stato di Washington, USA. «Quando dopo l’intervento chirurgico gli tolsero le bende, per la prima volta nella vita poté vedere bene la madre. Un nuovo mondo gli si aprì davanti e si mise a correre intorno per vedere nuovi oggetti, desiderando sapere di che cosa si trattava e il nome del loro colore. Era per lui una cosa del tutto nuova, che noi, quando ci svegliamo al mattino, diamo per scontata».

«Quando ritornerò a lavorare negli Stati Uniti, cambierò totalmente maniera di procedere», afferma l’infermiera della Terapia intensiva Sloane Smith, proveniente da Orem, nello Utah. «Saprò dal punto di vista clinico come le malattie progrediscono se non le tratti, come, ad esempio, il cancro al seno o le infezioni parassitiche diffuse. La mia mentalità riguardo al trattare prima possibile i problemi è cambiata. È cambiato anche il mio modo di prendermi cura della gente. Il dolore che ho visto nelle persone mi ha toccato profondamente e mi ha reso più comprensiva».

«Tutti forniscono un grande apporto», racconta l’infermiera del reparto di maternità Sheryl Flanary, proveniente da Pleasant Grove, nello Utah. «È scoraggiante quando visiti nazioni e senti di non aver fatto che applicare un cerotto ai problemi, senza però aver insegnato molto. Le persone vengono da noi e ci dicono: “Grazie per averci insegnato come prenderci cura di noi stessi”. Questo è ciò che conta: prestiamo loro un po’ di soccorso e infondiamo un po’ di speranza».

«Ad Haiti, un bambino piccolo fu trovato in un fosso», racconta l’infermiera Laura Young, proveniente da Honeyville, nello Utah. «Era un bambino abbandonato. Aveva ventidue fratture, delle quali alcune non erano guarite correttamente. Fu portato sulla nave da una coppia di missionari di un’altra chiesa, con i quali avevamo vissuto negli ultimi quattordici mesi. Abbiamo dovuto rompere nuovamente un femore e rafforzarlo con un pezzo di acciaio inossidabile. Uno dei miracoli è che si è trovato il ferro giusto nel retro di un armadietto. Guarda caso era lì, anche se non era stato portato per questa missione».

Una riserva militare dei servizi sanitari, il tenente Tim McCreary, Santo degli Ultimi Giorni, fa eco a quanto è stato detto da tutti a bordo riguardo all’esperienza: «Non dubitare mai, neppure per un momento, che stai facendo del bene. Che non ti passi per la mente. Benché non possiamo risolvere tutto ciò che va male, portiamo la speranza. È la speranza. Non c’è modo migliore per portarla che con il cibo, con la presenza, con l’interessamento e l’affetto verso le persone».

 

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